giovedì 5 agosto 2010

Federalismo demaniale: fra valorizzazione e speculazione. Il pericolo più grosso nei comuni.

Il recente licenziamento del cosiddetto “federalismo demaniale” da parte del Governo, con il conseguente elenco dei beni alienabili da parte dello Stato, ci impone di fare una riflessione approfondita sugli scenari futuri di tale provvedimento.

Per quanto riguarda i contenuti, il decreto in oggetto consente di trasferire un bene dalla gestione statale a quella degli enti locali (regioni, province e comuni): a coloro che entreranno in possesso dei beni è concessa la possibilità di gestirli con l’obbiettivo di valorizzarli, oppure di metterli in vendita, a patto che il ricavato venga destinato all’abbattimento del debito pubblico (per il 25% dell’ente locale e per il 75% dello Stato). In questo senso, ad ogni bene viene attribuito un valore di inventario.

Dietro ad una presunta valorizzazione del bene alienabile, però, si nasconde l’occasione (per costruttori e immobiliaristi) di una forte speculazione edilizia. Beni e patrimoni storici rischiano di cadere nelle mani dei privati, così come immense aree libere corrono il rischio di essere cementificate brutalmente, in nome di una speculazione edilizia a norma di legge.

Il pericolo più grosso si nasconde nei comuni, molti dei quali in grosse difficoltà economiche di bilancio, che potrebbero svendere i propri territori ai privati, in cambio di una presunta “valorizzazione” del bene alienabile, per fare cassa e coprire parte del loro debito. Con il federalismo demaniale, quindi, agli enti locali può arrivare di certo un bel tesoretto.

Questo patrimonio di beni, messi nero su bianco e oggi alienabili, sono stati preservati negli anni rimanendo nelle mani dello stato, proprio perché lo stato non agisce sugli strumenti urbanistici. I comuni, invece, gestiscono direttamente l’urbanistica sul territorio e, pertanto, hanno la possibilità di fare varianti ai piani regolatori. E così, a suon di varianti, possono tranquillamente cambiare destinazioni d’uso dei territori, rendendoli edificabili e sfruttati dai privati a loro piacimento.

Con questo ragionamento, i comuni potrebbero tranquillamente permettere l’edificazione massiccia di condomini, hotel, alberghi, e resort sui monti del Sorapis, delle Tofane, del Cristallo (una delle montagne simbolo di Cortina), del Faloria, della Croda Rossa, oppure dare in pasto ai privati grandi aree strategiche come la Caserma Fantuzzi o patrimoni storico-artistici come il Castello di Alboino di Feltre.

Si tratta di beni che saranno svenduti ad un prezzo che, talvolta, è inferiore addirittura a quello di un box d’auto o di un appartamento; montagne che valgono poche decine di euro e altre che arrivano a centinaia di migliaia. Ma uno splendido patrimonio naturale come quello delle Dolomiti, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità e quindi bene universale che appartiene a tutti, non può avere prezzo.

Svendere le Dolomiti, smerciandole ad un ridicolo valore economico, è un’umiliazione e un segno del disprezzo della montagna, in nome di un’ottica prettamente affarista dove ogni cosa può essere comprata e venduta, dove anche i nostri monti, la nostra gente, la nostra storia, la nostra dignità, i nostri sentimenti vengono ridotti a banale merce di scambio, da consumare. Le Dolomiti, Patrimonio dell’Umanità, sono l’anima della nostra identità.

Non possiamo permettere che i comuni, per fare cassa, svendano il nostro passato, la nostra storia e, con essi, il nostro futuro e quello delle prossime generazioni. Non vogliamo che il futuro assetto di queste zone lo decidano i costruttori insieme ai segretari dei partito. Non vogliamo perdere un così grande Patrimonio dell’Umanità.

Cosa succederà dunque a questi terreni nel momento in cui arriveranno per davvero agli enti locali? Possiamo veramente fidarci delle rassicurazioni dei nostri vari rappresentanti politici?

Il pericolo è dietro l’angolo. Basta saperlo cogliere. A Feltre, dove anche l’antico castello simbolo indiscusso della cittadina è in vendita, il sindaco-senatore Vaccari (che ha chiesto l’inserimento del castello fra i beni alienabili) ha già annunciato la sua, alquanto preoccupante, intenzione: «ora si aprono prospettive interessanti per accordi con i privati».

Teniamo gli occhi ben aperti. Le città sono nostre, dobbiamo impedire che vengano svendute per pochi euro a chi non ha saputo gestire la cosa pubblica e ne ha fatto scempio fino ad ora.

Riccardo Sartor
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1 commenti:

Fabrizio ha detto...

Ma perché "VALORIZZAZIONE"? Le Dolomiti non hanno già un valore inestimabile?